Una manovra che «sembra scritta dalla Ragioneria dello Stato». Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, guarda con preoccupazione allo schema di legge di Bilancio presentato dal governo con il Dpfp: «Tiene in equilibrio i conti, sembra fatta apposta per piacere alle agenzie di rating, rassicura Bruxelles. Ma fa poco o nulla per famiglie e imprese», rileva. «L’unica vera novità è l’aumento delle spese militari, che assorbono 23 miliardi di euro in più nel triennio, un incremento senza precedenti, il frutto avvelenato dell’accordo capestro sottoscritto dalla Meloni in sede Nato».
Cosa manca?
«La politica. È una manovra austera, di galleggiamento. Capisco che sia difficile muoversi in una fase così complessa come quella attuale, ma la cosa che colpisce di più è che gli effetti di questa legge di Bilancio sono di fatto nulli per quel che riguarda lo sviluppo: l’Italia rimane inchiodata alla stagnazione economica. Sicuramente è una buona notizia che il deficit scenda sotto il 3% già nel 2025, ma avviene al costo di una pressione fiscale che ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi anni».
Anche gli industriali hanno definito in effetti il tasso di crescita previsto “anemico”. Cosa si sarebbe dovuto fare?
«Bisognerebbe mettere in campo una vera politica industriale, e invece non c’è nulla per gli investimenti dopo il Pnrr. Nulla neanche sulle politiche energetiche: la parte sullo sviluppo è inesistente».
E per le famiglie? Il taglio di due punti di Irpef è sufficiente per ridare fiato al ceto medio?
«È una misura omeopatica, che non migliora quasi per nulla la condizione dei contribuenti del ceto medio, in gran parte dipendenti e pensionati sempre più tartassati dall’Irpef ma costretti in misura crescente a pagare di tasca propria sanità e servizi pubblici che il governo sottofinanzia». Ci sono anche le misure a sostegno della natalità. «Siamo un Paese in pieno inverno demografico, i dati del 2025 sono spaventosi, il calo della natalità è diventato un vero e proprio crollo. Il governo dovrebbe riflettere: per rilanciare le nascite non bastano bonus transitori, servono interventi strutturali».
Di che tipo?
«Da una recente indagine delle Nazioni Unite emerge che in Italia il principale fattore che scoraggia le giovani famiglie dal mettere al mondo dei figli è il lavoro precario e sottopagato. Bisognerebbe cambiare il mercato del lavoro, introdurre il congedo di paternità paritario, rafforzare gli asili nido, che invece sono stati tagliati nel Pnrr. Non sarà il bonus mamme a invertire il calo della natalità».
Il governo rivendica con orgoglio l’aumento dell’occupazione.
«Si tratta esclusivamente di over 50 in molti casi costretti a rinviare la pensione. Questo è il governo che avrebbe dovuto smontare la Fornero, e che invece ha cancellato l’Ape sociale e Opzione donna. Una cosa sono gli annunci estivi, e un’altra poi è la realtà: dal Dpfp sono scomparsi gli extraprofitti delle banche, la rottamazione e le pensioni. Dal punto di vista politico in effetti la Lega è il grande perdente»


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