Verini e Franceschini si incrociano tra i tavoli del ristorante del Senato. “Dario, non mi è piaciuta la tua intervista. Te lo volevo dire”, esclama il senatore che fece parte della squadra di Walter Veltroni. Niente di personale, i due si danno appuntamento per discuterne.
Senatore Walter Verini, cosa c’è che non va nell’intervista a Repubblica in cui Dario Franceschini dice che per vincere le elezioni non serve un candidato moderato, come ai tempi di Prodi o Rutelli?
“Alcuni aspetti dell’intervista non sono affatto condivisibili, anzi sono politicamente sconcertanti”.
Perché?
“In questo momento – secondo me – serve l’esatto contrario di quello che dice Franceschini. Se questa destra radicalizza il suo agire anche da palazzo Chigi, il Pd deve fare il contrario. Non deve pensare a un bipolarismo radicalizzato, come di fatto dice Franceschini. Il Pd si deve allargare, rompere la radicalizzazione. Oltre la metà dei cittadini non va a votare, quindi dobbiamo convincere gli astensionisti, non solo fidelizzare. È lì che si gioca la partita”.
Il suo collega considera importante la presenza di voci capaci di parlare a lavoratori autonomi, alle piccole imprese e ai moderati. Perché no un allargamento al centro?
“Io mi chiedo, perché il Pd deve delegare ad altri soggetti la rappresentanza di mondi sociali che sono fondamentali per il futuro dell’Italia. Se Matteo Ricci è competitivo nelle Marche è perché lui da sindaco di Pesaro e ora da candidato governatore si rivolge a tutte le Marche. E lo stesso deve fare il Pd, che è una forza di centrosinistra e ha il dovere di parlare non solo alle curve. Ripeto, è una forza di centrosinistra”.
Sta dicendo il contrario di quanto sostenuto da Franceschini, ovvero che “il Pd autosufficiente è stato un bel sogno ma non più realistico”?
“Il Pd deve pensare a se stesso e non delegare ad altri la rappresentanza. I leader devono essere credibili, né moderati né radicali”.
Lei parla di un Pd maggioritario. Ma anche il Pd di Veltroni nel 2008 fece un’alleanza con l’Italia dei valori di Di Pietro. Quindi non andò solo, ma in alleanza.
“Il ma anche di Veltroni è proprio quello che serve oggi. Se il Pd diventa un partito di sinistra radicalizzato non guadagna voti. Alcune delle figure di un presunto centro che vedo in giro potrebbero stare tranquillamente nel Pd e guardare al 30%. Se nascono nuove forze per fare strada insieme sono le benvenute ma non devono impoverire il Pd”.
Anche lei è convinto come Franceschini che Pd, M5S e Avs non avranno problemi a governare insieme?
“Ci deve essere un’unità larga, anzi larghissima MA fondata sui programmi, perché il giorno dopo si può anche vincere ma non governare come accadde all’Unione perché era una somma di sigle non unite. Paolo Gentiloni parlò di sogno dell’Ulivo e incubo dell’Unione. Se si vuole costruire una coalizione larga che vada da Calenda a Conte e Fratoianni e Bonelli, noi dobbiamo essere il perno e abbiamo il dovere di parlare a tutto il paese. Dal 2008 sono cambiate molto cose, ma l’ispirazione originaria del Pd non va distrutta. Anche perché (non dico con quell’oltre 33%) con un Pd che cresce guardando all’intero paese le necessarie alleanze si fanno meglio”.