Quel pomeriggio la gente cominciò a lasciare la città, che in capo a qualche giorno sarebbe rimasta vuota. Noi passammo la notte a Miramare, quattro chilometri da casa, nell`albergo degli zii. La ‘stagione’, cioè il fulcro economico e sociale dell`intera annata, era finita; avevano arrotolato i materassi sopra le reti, si avvertiva il sentore aspro del crine, con la piccola nausea lasciata negli armadi e nei cassetti dall`odore degli anni, mentre il lavandino aveva già una lingua di ruggine. Su di noi, quella notte, la Storia accese un bengala, mi facevo adulto nel momento in cui la vita stava, in silenzio, sotto quel gelido dondolio. Ero dentro una realtà e un destino sconosciuti, con la certezza che mi sarei salvato grazie soltanto a una sorta di comunanza, di improvvisa, anche se spaesata, solidarietà. Mentre la storia in cui eravamo entrati ci aggiungeva a un numero sempre più lungo e perduto di zeri, ogni cosa ci appariva necessaria quanto più si riduceva a quel poco; sentivo cioè che per vivere sarebbe bastato solo qualcosa di sobrio e di condiviso. Del resto, non eravamo venuti su per avere una piccola vita? Battersi per essa, salvandola dalla Storia senza venir meno a noi stessi, mi sembrava l`unica possibile epica; nelle case risorte dalle rovine, mi consolavo, ricercheremo i motivi per amare, restituiremo alle parole sfigurate dai mentitori la loro verità, torneremo a essere gelosi del nostro destino.