Io penso che la miopia della classe dirigente di un Paese debba avere un limite, pena condurci all`auto-dissolvimento», avverte Pier Ferdinando Casini, senatore eletto da indipendente nelle fila del Pd e già presidente della Camera.
Cosa intende, presidente?
«Ormai più della metà degli elettori non va a votare, c`è una massiccia diffusione dell`antipolitica e anche una dilatazione dei fenomeni sovranisti. Una miscela composita, che ha però un comune elemento di fondo: l`impossibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento».
Il Melonellum rischia di gonfiare l`astensionismo e l`antipolitica?
«Non c`è dubbio. Le strade per arginarli sono solo due: o si fanno dei piccoli collegi uninominali in grado di consentire un rapporto diretto tra l`eletto e gli elettori, o si introducono le preferenze. Così li si impedisce entrambi, prevedendo due liste bloccate e levando persino quel po` di collegi uninominali che c`erano nell`attuale sistema».
Se passa, i parlamentari saranno tutti nominati: non è una deriva centralista e partitocratica?
«È l`altra faccia della medaglia della lateralizzazione del Parlamento, che oramai non conta più nulla». Di chi è la colpa? «In nome della velocizzazione dei processi decisionali, da molti anni le Camere sono state messe in una posizione subalterna rispetto all`esecutivo. Le leggi sono quasi tutte di iniziativa governativa e il Parlamento, per andare a trovarsi delle competenze, moltiplica le commissioni di inchiesta che da un lato sono poltronifici e dall`altro diventano strumento di vendetta politica della maggioranza pro tempore. Vedi quella sul Covid. Il sistematico ricorso alla fiducia aggrava il quadro, che le preferenze potrebbero aiutare a correggere».
In che modo?
«Gli eletti sarebbero più autonomi e autorevoli, difenderebbero le loro prerogative. Invece quelli scelti dai leader obbediscono agli ordini».
A parole, le vogliono in tanti, ma tutti ritengono che non si faranno.
«Perciò spero che nessuno chieda il voto segreto e ci si vorrà assumere la responsabilità a viso aperto: non sarebbe dignitoso nascondersi dietro i franchi tiratori per bocciare un principio su cui sulla carta esiste una maggioranza di favorevoli. Negare le preferenze sarà una bomba atomica: la prova ulteriore che i partiti vogliono comprimere la libertà degli elettori».
Lega e FI sono contrari, mentre la premier si è defilata, sostenendo che spetta al Parlamento decidere: dovrebbe esprimersi secondo lei?
«È chiaro che Meloni non teme le preferenze e dubito possa accettare le minacce degli alleati su una legge elettorale che lei stessa dichiara essere prerogativa del Parlamento. Le regole del gioco appartengono a tutti, cadrebbe in contraddizione se le subordinasse a un accordo di governo».
Per alcuni però le preferenze rischiano di inquinare il voto.
«È un`obiezione vecchia come il mondo. Che ci siano stati episodi di tal genere è noto, ma noi purtroppo non possiamo abolire con una legge il malcostume. Se c`è chi utilizza in modo sbagliato uno strumento di democrazia, allora che facciamo: aboliamo la democrazia?».
Cambiare il Rosatellum serve davvero per la stabilità dei governi?
«È una tendenza antica scaricare i problemi politici sulle regole. E chi lo fa, spesso ottiene effetti opposti. Quando varammo il Mattarellum, uscii dall`aula insieme a Fini che mi disse: “Io non tornerò più in Parlamento, beato te che ci rimarrai a vita”. Tre mesi dopo, lui era uno dei capi della maggioranza di Berlusconi e iniziò la sua ascesa. C`è una eterogenesi dei fini delle leggi elettorali destinata a smentire le intenzioni dei proponenti».
Chi o cosa potrebbe smentire il Melonellum?
«In linea di principio è giusto che gli italiani votino e chi vince governa; gli esecutivi tecnici sono come gli antibiotici: meno se ne prende meglio è, sebbene in certi casi possono essere inevitabili. La domanda è se questa legge assicura il risultato che vuole perseguire».
La sua risposta qual è?
«Esiste la concreta possibilità che fuori dai poli corrano forze in grado di mettere in crisi l`intero schema».
Vannacci e Calenda potrebbero far saltare il banco?
«È un dato oggettivo, tenendo presente che Vannacci sulla mancanza di preferenze costruirà la sua campagna elettorale. Se i partiti di governo sono preoccupati, questa legge rischia di dar loro la botta finale: il malumore verso la politica si amplificherà».
Non se Vannacci entrerà in coalizione: lo farà, secondo lei?
«Se resta fuori prenderà più voti e li pescherà anche dai 5S. Se entra, prenderà meno voti ma li sottrarrà a FdI e Lega, per cui nel governo si porrà una questione di instabilità. E i voti di FI potrebbero defluire verso l`attuale opposizione».
A sinistra il centro ancora latita: un consiglio da lei che è un esperto?
«Io mi limito a fare l`osservatore interessato, evito di parlare per non alimentare la confusione. Oltretutto, servono protagonisti nuovi della politica».
Ma per vincere una quarta gamba moderata non è necessaria?
«È ovvio, con delle caratteristiche però. Per essere credibili, le forze centriste devono essere figlie di un parto autonomo, non eterodirette. Quando fondammo l`Udc non chiesi il permesso, ruppi con Berlusconi, navigammo da soli e arrivammo al 6%. E c`è pure un`altra cosa che suggerirei al centrosinistra».
E cioè?
«Eviterei di costruire una coalizione a doppio cerchio concentrico. Un nocciolo duro che decide e i moderati che si aggiungono in un secondo tempo». Invece la rivalità fra Conte e Schlein per la candidatura a premier come la risolverebbe? «Scelgano un metodo: o si fanno le primarie o si indica il leader del partito maggiore. Tutto questo chiacchiericcio sul campo largo non credo giovi alla causa»