Oltre la matematica, ci sono la fisica e
la chimica. Che, al di là della “somma degli addendi”, servono
per costruire “un’offerta credibile, solida e di governo di
fronte ai cittadini italiani”. È così che Filippo Sensi, senatore
del Partito democratico, parla della costruzione di una alleanza
per vincere le prossime elezioni politiche. Con una o un leader
scelto con le primarie, perché sono nel Dna del Pd, ma anche
perché il negoziato “è un po’ più paludoso: al tavolo dei leader
sai come entri, come nel conclave, ma non sai come esci”. E sul
Partito democratico avverte: “Non entro nel dibattito su chi gli
ha ridato un’anima, che è un dibattito teologico e non un
dibattito politico. Penso che il Pd abbia un ruolo che deve
svolgere e che secondo me deve continuare a svolgere con la
segretaria, Elly Schlein e la sua squadra”.
Ecco l’intervista a Sensi raccolta dal direttore dell’agenzia
Dire, Nico Perrone.
– Filippo Sensi, affrontiamo le ultime vicende interne al
partito: prima l’uscita dell’onorevole Madia, poi l’uscita di
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Lei intanto
rimane nel Pd? Continua la sua battaglia all’interno del partito?
“Non c’è dubbio, non c’è dubbio alcuno”.
– Come valuta però questi abbandoni? Sono elementi di
preoccupazione o possono comunque aprire una riflessione
all’interno del partito?
“Sono di segno molto diverso. Marianna Madia è uscita senza
grande polemica, con l’idea – lei ha detto più volte – di
contribuire in un altro contesto alla costruzione di un
centrosinistra più largo. Pina è uscita invece dopo un lungo
disagio e, come nella passione di Pina e anche nei ragionamenti
che ha fatto per tutti questi mesi, in maniera molto polemica,
con una analisi molto dura e definitiva sul Partito democratico,
che io ovviamente non condivido. Non l’ho condivisa nei mesi che
ci hanno visto insieme nei riformisti del Partito democratico e
non l’ho condivisa adesso che ha preso la decisione di andare per
conto suo e costruire una sua forza liberale, che io rispetto
moltissimo. Grande rispetto per Pina, non intendo fare nessun
tipo di polemica. Non ho fatto la sua scelta, non farò la sua
scelta, penso che sia una scelta sbagliata, ma la rispetto perché
è la sua scelta”.
– Oggi la vicepresidente Gribaudo ha dato un titolo molto secco e
molto forte: ‘Elly Schlein con la sua segreteria ha ridato
un’anima al Pd’. È così? Il Pd era senza anima?
“Francamente, il Partito democratico ha sempre avuto la sua la
sua anima, il suo profilo. Ha conosciuto diverse stagioni:
stagioni più al centro, più a sinistra, stagioni più trionfali,
stagioni più di delusione. Penso che in tutto questo ci sia una
continuità, cioè quella del Partito democratico. Il Partito
democratico c’è e ci sarà, questa è la sua forza, perché ha un
suo elettorato, perché ha un suo ruolo che dalle origini è stato
sempre quello di essere un partito di centrosinistra riformista.
Poi può avere un accento più a sinistra, può essere più al
centro, può essere più moderato o più movimentista, però resta il
Partito democratico, che è un partito di stabilizzazione e di
equilibrio. Quindi adesso non entro nel dibattito sull’anima, che
è un dibattito teologico e non un dibattito politico. Penso che
il Partito democratico abbia un ruolo che deve svolgere e che
secondo me deve continuare a svolgere con la segretaria, Elly
Schlein, e con tutta la sua squadra”.
Però un consigliere di peso come Goffredo
Bettini interviene oggi sul primo quotidiano nazionale per
ribadire che, comunque, per vincere le prossime elezioni
politiche, il Pd da solo non basta.
“Non ci voleva l’acuta intelligenza di Bettini, lo dice la
matematica. Quindi sono d’accordissimo con Bettini su questo. C’è
la matematica ed è la stessa matematica che purtroppo ci
costringe a lavorare con forze di opposizione come il Movimento 5
Stelle, che, come è noto, io considero una forza di destra.
Quindi, per costruire una proposta credibile e un’offerta
politica ed elettorale credibile, ci sarà bisogno di forze di
centro come, non so, la base riformista, la casa dei riformisti,
come si chiamerà, di Renzi, forze più di sinistra come Avs, forze
di destra come il Movimento 5 Stelle, così come avviene nelle
grandi coalizioni tedesche. Penso però che noi dal piano della
matematica, quindi della somma degli addendi, dobbiamo andare
verso il piano della chimica e della fisica, cioè capire che tipo
di profilo questa coalizione, questa alleanza così diversa, di
partiti così diversi, di orientamenti così diversi, riesca a
mettere insieme per un’offerta credibile, solida e di governo di
fronte ai cittadini italiani”.
– Tutti dicono che per l’indicazione di quello che potrà essere
il candidato o la candidata premier del centrosinistra si dovrà
comunque passare per le primarie. Lei è d’accordo?
“Io sono d’accordo sulle primarie. Penso che se si deve
scegliere un leader ci sono due modi: o le primarie o ci si mette
attorno a un tavolo. Credo che il Partito democratico abbia nel
suo Dna le primarie, quindi non ha nessun timore di competere.
Elly Schlein è una campaigner molto agguerrita e ha vinto già le
primarie conquistando la leadership del partito, quindi io credo
che abbia tutte le carte in regola, e anche il Partito
democratico, per correre a testa alta alle primarie. Il tavolo e
il negoziato è un po’ più paludoso perché, ovviamente, al tavolo
dei leader sai come entri, come nel conclave, ma non sai come
esci”.
– Primarie riservate agli iscritti o anche ai potenziali elettori
del centrosinistra, cioè primarie aperte?
“Io sono per le primarie aperte, è la nostra tradizione. Detto
questo, il formato delle primarie non è una cosa da poco. Un
turno unico o doppio turno, primarie aperte o primarie soltanto
per iscritti e i militanti dei partiti? Questo è tutto da vedere,
da capire e da definire insieme”.
– Come valuta queste associazioni politiche che stanno nascendo,
come quelle dell’assessore del Comune di Roma Alessandro Onorato,
che raggruppano forze centriste, moderate?
“Io sono per i cento fiori, non sono per l’esclusiva del
riformismo. Nel Partito democratico c’è un’ala più riformatrice,
nell’ambito di un partito riformista, ci sono riformisti di ogni
segno: più liberale, più cattolico democratico, più radicale,
fuori dal Partito democratico. Ben venga il loro sforzo. Renzi
vuole costruire la casa dei riformisti? Benissimo. Calenda vuole
dire ‘io sono più riformista di tutti’? Arcibene. Poi adesso c’è
Spazio pubblico di Picierno, poi ci sono i liberaldemocratici di
Marattin, bene. Poi ci sarà da capire che ruolo vuole giocare
Ernesto Ruffini, poi c’è il nome di Franco Gabrielli. E adesso
c’è l’assessore Onorato che fa il suo movimento civico, per me va
tutto bene. Non spetta a me la costruzione del centro perché io
sto dentro il Partito democratico. C’è solo un caveat: intanto,
uno sfarinamento dell’offerta di centro, per cui una cosa è
riuscire a unire, aggregare, e una cosa è avere più partitini,
movimenti, personalità che, insomma, l’un contro l’altro armati,
non credo che sia molto utile. Però questa è una mia valutazione
da osservatore esterno. La seconda cosa: occhio all’effetto
Unione, cioè se qualcuno pensa, anche nel Partito democratico, di
essere in qualche modo l’influencer della nascita di qualche
rotellina di scorta per poter dire ‘vedete la nostra alleanza
quanto è larga, c’è addirittura la ruota di centro’. Insomma, la
somma dei cespugli non fa il giardino”.