Sandra Zampa, senatrice Pd, area riformista. Marianna Madia ha lasciato il partito. Vi aveva avvertiti?
«Marianna è una persona cara nei modi, nelle forme e nei rapporti. Ha mandato, a me e ad altri, un messaggio la sera prima».
Che cosa vi ha scritto?
«Più o meno quello che poi ha ripetuto pubblicamente: sentiva la necessità di provare a fare politica da un`altra angolazione, poiché crede che quella attuale del Pd non sia sufficiente a rispondere alle esigenze di tutti».
Lei cosa ci ha letto?
«L`idea che partendo da un altro punto si possa provare ad aggregare un consenso che il Pd, così com`è oggi, non trova più. Ci sono ambienti politici che erano con noi e che ora sappiamo non esserci più vicini. Penso sia necessario dirlo, se no non se ne viene a capo». Il suo addio era nell`aria… «Non si tratta di uno strappo d`istinto, ma di una scelta maturata lentamente e con una sofferenza che lei non ha nascosto in questi mesi. A noi era nota».
L`epilogo sarebbe potuto essere diverso?
«Credo proprio di sì, e spero che questa sua scelta solleciti il gruppo dirigente del Pd a farsi finalmente qualche domanda».
Dopo i vostri malumori ci sono state due direzioni del partito.
«È stato un passo avanti. Ma il dibattito è un`altra cosa».
Che differenza c`è?
«Il dibattito è quando qualcuno, oltre a darti parola e microfono, ti sta anche ad ascoltare».
E così non è?
«Prendiamo il caso Madia. Stamattina le chat interne si sono scatenate. Non ho letto molta preoccupazione. Qualcuno era perfino contento».
Di che cosa?
«Ho letto frasi del tipo: iniziamo a fare chiarezza, si separano due vie politiche ormai inconciliabili».
E non è un bene, fare chiarezza?
«Non è il Pd. Noi siamo nati per unire mondi fino a quel momento separati. Se la reazione a un addio è “meglio noi di qua e loro di là”, allora si è totalmente dimenticato lo spirito fondativo».
C`è chi sostiene che il dibattito sia diventato troppo faticoso.
«Confrontarsi e cercare una sintesi tra punti di vista differenti è faticoso. E la sintesi tra posizioni diverse è esattamente la funzione di un grande laboratorio politico quale era il Pd. La gente partecipa quando c`è modo di dire la propria. Se questa possibilità viene meno, che senso ha?».
Serve un partito più snello, più chiaro», dicono quegli altri.
«Certo, e anche più circoscritto, il che vuol dire più piccolo e meno rappresentativo. Se questo è l`obiettivo lo stiamo raggiungendo. Ma il mio parere è che le nostre disgrazie siano iniziate proprio quando i primi sono andati via. Spero ancora ci sia la volontà di ascoltare e di provare a capire perché tutto questo stia succedendo».
A costo di rinunciare a una leadership chiara?
«Nessuna rinuncia. È legittimo ad esempio che la segretaria porti con sé un orientamento politico. Si vince su una base programmatica che ti impegna con chi ti ha votato. Ma questo è il capitolo uno di una leadership. Poi arriva il due».
E che cosa dice?
«Che oltre a essere giusto dare corpo al partito per cui siamo stati votati, è però anche doveroso tenere insieme le diverse anime preesistenti. Il che non significa solo lasciare che le persone parlino, ma provare a coinvolgerle, fare sintesi tra le proprie e le loro istanze».
Concretamente, come si fa?
«Ad esempio coinvolgendo tutti, sulla base delle competenze e non delle correnti, nella stesura del programma, visto che le elezioni sono a un passo. Marianna Madia è stata ministra, e come lei nell`area riformista ci sono persone con molte competenze da spendere. Lei non crede che abbiano qualcosa di utile da portare alla causa? lo sì. Ascoltiamoli, allarghiamo il campo. Discutiamo. Il Pd era un partito rumoroso. Oggi nelle nostre stanze sento un silenzio irreale, e questa cosa mi preoccupa».