“Questa destra vuole imporre la riforma del Premierato attraverso la riscrittura della legge elettorale e in particolare attraverso l’introduzione di un premio fisso di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che supera il 42%, l’abolizione dei collegi uninominali, l’ulteriore estensione delle liste bloccate e l’indicazione del capo della coalizione.
Si tratta di un progetto di legge che solleva numerosi di dubbi di legittimità e di merito e che delinea un modello di democrazia imperniato sulla investitura “diretta” del capo e sulla concentrazione in esso di un enorme potere.
L’attribuzione di un premio fisso di circa il 18% dei Parlamentari alla coalizione che consegue almeno il 42 % dei voti, può infatti trasformare una minoranza politica – che in presenza di un forte astensionismo può essere rappresentativa di una esigua parte del corpo sociale – in una maggioranza parlamentare in grado di eleggere gli organi di garanzia a partire dal Presidente della Repubblica, senza dover ricercare un accordo con le altre forze politiche, come prescrive la Costituzione e come richiede la natura stessa di un organo di garanzia chiamato a garantire l’unità del Paese e la primazia dei principi costituzionali.
Come se fosse possibile e normale transitare dalla carica e dalla funzione più politica che il nostro ordinamento conosce, quella appunto di Presidente del Consiglio, alla carica e alla funzione più di garanzia, quella del Presidente della Repubblica, senza mettere a rischio la stessa natura di garanzia di quest’ultima, esenza trasformare cosi di fatto la forma di governo parlamentare (descritta e prescritta dalla nostra Costituzione).
L’obiettivo di questa riforma è quello di introdurre una sorta di premierato di fatto: è la disposizione che prescrive che ogni coalizione o lista indichi espressamente, a pena di inammissibilità, il “nome e cognome della persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio”.
Pare difficile non scorgere nel combinato disposto di questa disposizione con quella sul premio di coalizione, il tentativo di superare di fatto la forma di governo parlamentare e ridurre la partecipazione democratica alla scelta del capo al quale conferire più “pieni” poteri.
Insomma: dalla primazia del Parlamento e del pluralismo alla primazia del Governo e dell’uno/a.
L’investitura “diretta” del capo del governo (e della sua maggioranza) rischia infatti di incentivare pratiche populiste e demagogiche che, nell’immediato, possono dare l’impressione di sopperire alle difficoltà della frammentazione politica e della partecipazione organizzata, ma alla fine si dimostrano incapaci di conferire alle istituzioni quella forza e quella legittimazione di cui necessitano per governare davvero le dinamiche economiche e sociali ed orientarle al “pieno sviluppo della persona” e all’”effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così il senatore Andrea Giorgis, capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali, illustrando la pregiudiziale di costituzionalità alla riforma della legge elettorale.